L’italiano, cuor contento
Sale sulla Cinquecento
E si accorge che il passato
Per incanto è ritornato!
Mario Riva e il Musichiere
Mario Scelba e le galere
Mario Corso nello stadio
Mario Pio dentro la radio:
Che magia, che emozione
Questa gran restaurazione!
Si ritorna all’obbedienza
Al decoro alla pazienza
Alla Patria e al focolare
Alla pace familiare.
Si riaprono i bordelli
Che consolano gli uccelli
Maltrattati dalle triste
Rivoltose femministe.
Un figliolo militare
Fidanzata l’altra figlia
Qualche rata da pagare
La domenica in famiglia.
Spose o vergini le donne
Obbedienti gli scolari
I nipoti con le nonne
Il latino sugli altari.
Rispettare i superiori!
Obbedire ai genitori!
Il divorzio cancellato!
Basta con il sindacato!
L’italiano pensieroso
Si destò da quel sognare
Tornò all’oggi nebuloso
E decise il suo daffare:
Esclamò con forte accento
“Vaffanculo, Cinquecento”.
(da Michele Serra, Poetastro, Poesie per incartare l’insalata, Feltrinelli. 1993)
giovedì 5 luglio 2007
martedì 22 maggio 2007
la cittá ferita. francesco ciardo. miro no 5 berlino
La cittá ferita ( articolo lungo )
andate su mirosalento.it e iscrivetevi al sito di informazione salentino
francesco ciardo e' un giovane freelance italiano berlin based
La prima volta che arrivai a Berlino la citta mi apparì un deserto informe, una spianata fangosa. Una città aperta, senza padroni, quasi del tutto abbandonata dal Potere, ancora ampiamente sventrata dalla guerra. La si percepiva del tutto disarticolata urbanisticamente, senza un vero centro; orientarsi era difficile, a tratti avventuroso come muoversi in un labirinto dalle pareti mobili.
Andavo tra rovine squarci e sporcizie, nuovi palazzi che sembravano già cadenti, e la stazione Ostbahnof : l´unico posto conosciuto.
Facevo la spola tra il Köpi, lo squat degli autonomi, venduto alla Sparkasse qualche settimana fa e ora in procinto d'essere sgomberato, e la stazione dove la notte tornavo a dormire sperando che le guardie notturne, di solito crudelissime, mi lasciassero almeno cinque minuti di requie tra uno sbadiglio e l'altro.
Ma non avevo un biglietto di partenza e dunque non mi era
consentito bivaccare nella stazione lucida e nuova di zecca.
Ogni volta che stavo per chiudere gli occhi, intirizzito da un
freddo imprevisto, il guardiano baffuto si avvicinava e,
in silenzio, mi affibiava un colpo di punta all'altezza del fegato.
Poi Alexander Platz piena di buche, ancora senza tutti i nuovi palazzi, aperta, senza gli shopping malls, gli skaters a sciami rollanti.
Da lì ad Hackeschermarkt un girovagare tra cantieri e martelli pneumatici a tutto spiano, operai ovunque e le gru, unica presenza verticale, che hanno reso la citta´ irriconoscibile pietra dopo pietra. Ora la stessa area, prima deserta, è in pratica una selva di hotel grandi e piccoli e baretti lucidi e truci.
Nel 2000 Berlino era una citta´ franca ed elettrica. Ma con una sofferenza dipinta sul volto e su quello dei suoi abitanti, una smorfia quasi senza scampo che vedevi ovunque e, se da un lato la gente pensava a divertirsi, a realizzarsi, insomma a vivere, la gioia e la contentezza per l´unificazione erano passate da un pezzo lasciando il posto alla stanchezza ovvia di ritrovarsi, dopo una festa allegra, in una casa diroccata incasinata messa male.
I mille sforzi per rendere la città moderna, avveniristica, giá avanti col lavoro per entrare a pieno in un' esperienza postmoderna, per farsi metropoli di luci scambi accessi e bewegung (movimento) non fa che nascondere pigramente una lacerazione che permane in ogni segno, sopratutto nel paesaggio.
Per quanto si tenti dall´alto di normalizzare gli spazi, i consumi, i comportamenti, i desideri, e ci si metta a levigare il volto della Große Stadt con cupole, palazzi di vetro dagli angoli improbabili, con le trasparenze, gli sfondi prospettici dei vialoni, rimane sempre un vulnus nel mezzo della visuale, un vuoto caratteristico che non c'è in altre cittá e che appare proprio come un segno meno nell´anima, una ferita dello spirito più che della materia.
All´epoca, vagavo in un triangolo composto dalla stazione dello Zoo (famosa da noi in italia per il Film Christiane F) la zona della Ostbahnof e Schlesisches strasse. Ero per lo piú occupato a trovare dei soldi con cui passare la giornata e suonavo la chitarra con un ragazzo polacco nel sotto-passaggio di Alexander Platz, ricevendo dalla gente molti sorrisi e pochi centesimi di marco, con cui poi andavamo a prendere un gelato da macdonalds, o un regalino mangereccio da fare alla ragazza di quel tipo strambo e generoso che nemmeno sembrava polacco ma piuttosto un napoletano dalla parlata slava. Del resto sui polacchi ce ne sarebbero di cose da dire,
ma non ora...
Cantando qualche canzone di Mina in chiave bossa nova, passai in questo modo una settimana e nel frattempo facevo poi i miei bravi giri nella zona giovane e turistica della citta´ a Mitte, in Oranienburger
Straße, allora vagamente hippie o un po' rive gauche e oggi invece
uguale a una qualsiasi trappola per turisti come ce ne sono a Roma (piazza Navona), Parigi (Marais-Quartiere Latino) o Londra (Soho).
A distanza di anni, tornandovi non riconoscevo piu´ nulla della cittá perchè sembrava che uno strato le fosse cresciuto addosso come una patina, come una maschera, e anche se le ferite nella terra e nello spirito venivano abbellite da tanti soldi e dalla voglia di sentirsi come una qualsiasi metropoli europea, operazione di certo riuscita
per gli aspetti più deteriori, quel vulnus, quello sfregio permanente nella faccia c'era ancora e anzi appariva più scavato, profondo e impresso anche sulle nuove generazioni di case e uomini.
Contro questo genere di segno meno, di mood negativo cose come innovazioni, mode-giovani a pronto consumo, sesso facile, soldi, finanziarie, comunicazione ipercinetica, panem et circenses, droghe e tutto il resto non servono a niente, anzi.
Piu'si cerca di sfuggire e piu' una tristezza pesante, senza fiato,
ti ritorna indietro triplicata e ti si abbatte addosso.
Anche Roma del resto é piena di memorie e di rovine, di scheletri di tempi andati, ma lí é stato il tempo, non l'uomo, ad erodere, a consumare, qui a Berlino invece ogni spazio vuoto rovina o memoria é collegata a una barbarie sistematica, a una violenza inspiegabile al di lá dell'uomo, o almeno di come ci immaginiamo che l'uomo sia...
Ecco il motivo di tanto individualismo, credo. Ci si annulla nelle cose
da fare, nel sapere, nel politicamente corretto, nei rapporti di forza
asettici, nell'operositá senza domande, alienata, paurosa.
L´amarezza di questa gente indaffarata non si cancellera mai;
resterà per sempre assieme alla consapevolezza di una storia orribile e violenta mai del tutto esorcizzata o affrontata, in alto come in basso.
Tornato a Berlino nel 2006 tutto era irrimediabilmente diverso.
Un cambiamento cosi' repentino però credo sia inimmaginabile
in qualsiasi altra cittá europea. Chi aveva costruito quei palazzi?
Di chi erano i soldi? Presto detto: le banche americane e giapponesie certo tedesche, che hanno fiutato l'affare di una speculazione gigantesca. Bisognerá vedere sempre se riusciranno a salvare la pelle e gli investimenti I Berlinesi non sono arrendevoli, e la città è rosso-verde con storiche componenti anarchiche e autonome. Se un numero sempre piú crescente di giovani appare lobotomizzato, instupidito da mode e consumi, una vasto settore di giovani e meno giovani é invece ampiamente resistente al capitale e ale politiche liberiste in atto da in città da 10 anni a questa parte.
Questa e' la cittá di Rosa Luxembourg,
di Carl Liebknecht, dei padri della socialdemocrazia, delle esperienze politiche operaie piu' significative del '900.
Qui le tradizioni politiche non si disperdono e si annacquano come
da noi, diluite in favoritismi, nepotismi, pruriti mastelliani (che schifo!), rigurgiti di oscurantismo cattocomunista. Ma anche qui il liberismo repressivo fa le sue vittime, il livellamento consumista, la noia borghese e il capitalismo socializzante sono ormai i nuovi padroni di una tra le cittá un tempo piú vive e varie nel panorama mondiale. Berlino è povera e deve macinare utili, certo: Berlino è in profonda regressione economica, lo stato sociale é troppo pesante,
ok, intanto tutti costruiscono qui, tutti comprano. Impossibile
non accorgersi dello sciacallaggio che sti sta consumando.
Non sorprende infatti che in questi giorni Berlino sia militarizzata in vista del G8. Sono prove generali di repressione sistematica.
Staremo a vedere del resto...
Ma torniamo al nostro deserto d'uomini. Dal mio ultimo viaggio
il deserto era stato riempito come notte-tempo, a sprone battuto, notte e giorno lavorando, ricompattando lastricando innalzando lucidando, e, nell´anno dei mondiali, la bella e lustra vetrina televisiva, agganciata da orde di vacanzieri e sportivi doveva aver completato il suo travestimento di citta normale. Se non fosse che nelle mille culture giovanili che la animano, nell'arte grafica di strada, nella voglia di divertimento generale, asplodono una rabbia e un'incertezza insopprimibili, viene fuori con gioia una contestazione dell'ovvio, del borghese, della comodità che un po´fanno sperare per il futuro.
Le avanguardie artistiche degli anni 70 e 80, specie quelle musicali incarnate da artisti come Einsturzende Neubaten e Daf , le waves punk ripetute e costanti, le no waves, gli americani che arrivarono con l´idea di una NewYork sulle sponde dello Spree, gli artisti attirati dall´ambiente libertario e dagli affitti irrisori, gli squatters che avevano a disposizione l´intero quartiere di Friedrichshain da occupare e colorare, i galleristi, i catturatori di tendenze di ogni risma, si sono arricchitti imborghesiti, com' é ovvio, proprio con
l´inno della libertá e delle belle rabbiose speranze, ma hanno anche lasciato la cittä alle ferite di sempre, solo aggravate dal consumismo e dallo sviluppo economico a senso unico. La dittatura Sovietica ormai in cancrena, lo stato poliziesco della Stasi, il Muro stesso - emblema del Male e della Divisione - crollando come giganti di sale, hanno trascinato con sé quella speciale vitalità che viene agli uomini nei momenti peggiori della loro storia.
E noi italiani ne sappiamo qualcosa.
L'Arte d'arrangiarsi non é un brevetto napoletano, ma appartiene
allo spirito umano migliore, che sa riscattarsi, ribellarsi, reinventarsi.
Le difficoltá sono ricchezze immense.
Carmelo Bene diceva: "Bisogna crearsi degli ostacoli, per arrivare alla virtú". Gli ostacoli generano inventiva, movimento, amore, scambio. Sará sempre cosí. Paradossalmente, anche se per Berlino si affacciavano problemi diversi, diremmo da gestione domestica (integrazione est-ovest, disoccupazione e assistenzialismo, apertura delle frontiere interne ed esterne con l'Ue sullo sfondo,
rapporti di forza coi settori produttivi delle altre citta' maggiori,
ristrutturazione della burocrazia peraltro mai del tutto snellita e resa davvero efficiente), dopo tutto questo, allo sciogliersi delle nevi perenni del comunismo e del terrore pseudo-giacobino, rimase solo quella ferita, quella cicatrice sanguinolenta, putrida, che non rimarginera' in tempi brevi e che costituisce, mi scusino i cultori del cool, la vera anima di Berlino. Cosí al momento, creati i profitti per una nuova rising class di speculatori la cara madre Berlino ha lasciato la classe media e la grande schiera di disoccupati nell´ansia d´arrivare ad un altrove che é pia illusione.
Città dell'Ideale infranto, città dell'Amore disilluso, metropoli di individui silenziosi, di solitudini macerie e rovine sotto la veste nuova. L'atmosfera é ancora quella di un quadro di Max Ernst.
E sono passati cent'anni. Cittá simbolo del '900, farà da ponte ideale
verso il nuovo millenio, affrontando le sfide della sua centralità in
Europa assieme a Parigi.
Berlino è simbolo del meglio e del peggio, la sua spinta al futuro e al cambiamento puo' insegnare molto a noi italiani.
Anche per questo ora sono qui.
Francesco Ciardo
Berlino 19 maggio 2007
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francesco ciardo e' un giovane freelance italiano berlin based
La prima volta che arrivai a Berlino la citta mi apparì un deserto informe, una spianata fangosa. Una città aperta, senza padroni, quasi del tutto abbandonata dal Potere, ancora ampiamente sventrata dalla guerra. La si percepiva del tutto disarticolata urbanisticamente, senza un vero centro; orientarsi era difficile, a tratti avventuroso come muoversi in un labirinto dalle pareti mobili.
Andavo tra rovine squarci e sporcizie, nuovi palazzi che sembravano già cadenti, e la stazione Ostbahnof : l´unico posto conosciuto.
Facevo la spola tra il Köpi, lo squat degli autonomi, venduto alla Sparkasse qualche settimana fa e ora in procinto d'essere sgomberato, e la stazione dove la notte tornavo a dormire sperando che le guardie notturne, di solito crudelissime, mi lasciassero almeno cinque minuti di requie tra uno sbadiglio e l'altro.
Ma non avevo un biglietto di partenza e dunque non mi era
consentito bivaccare nella stazione lucida e nuova di zecca.
Ogni volta che stavo per chiudere gli occhi, intirizzito da un
freddo imprevisto, il guardiano baffuto si avvicinava e,
in silenzio, mi affibiava un colpo di punta all'altezza del fegato.
Poi Alexander Platz piena di buche, ancora senza tutti i nuovi palazzi, aperta, senza gli shopping malls, gli skaters a sciami rollanti.
Da lì ad Hackeschermarkt un girovagare tra cantieri e martelli pneumatici a tutto spiano, operai ovunque e le gru, unica presenza verticale, che hanno reso la citta´ irriconoscibile pietra dopo pietra. Ora la stessa area, prima deserta, è in pratica una selva di hotel grandi e piccoli e baretti lucidi e truci.
Nel 2000 Berlino era una citta´ franca ed elettrica. Ma con una sofferenza dipinta sul volto e su quello dei suoi abitanti, una smorfia quasi senza scampo che vedevi ovunque e, se da un lato la gente pensava a divertirsi, a realizzarsi, insomma a vivere, la gioia e la contentezza per l´unificazione erano passate da un pezzo lasciando il posto alla stanchezza ovvia di ritrovarsi, dopo una festa allegra, in una casa diroccata incasinata messa male.
I mille sforzi per rendere la città moderna, avveniristica, giá avanti col lavoro per entrare a pieno in un' esperienza postmoderna, per farsi metropoli di luci scambi accessi e bewegung (movimento) non fa che nascondere pigramente una lacerazione che permane in ogni segno, sopratutto nel paesaggio.
Per quanto si tenti dall´alto di normalizzare gli spazi, i consumi, i comportamenti, i desideri, e ci si metta a levigare il volto della Große Stadt con cupole, palazzi di vetro dagli angoli improbabili, con le trasparenze, gli sfondi prospettici dei vialoni, rimane sempre un vulnus nel mezzo della visuale, un vuoto caratteristico che non c'è in altre cittá e che appare proprio come un segno meno nell´anima, una ferita dello spirito più che della materia.
All´epoca, vagavo in un triangolo composto dalla stazione dello Zoo (famosa da noi in italia per il Film Christiane F) la zona della Ostbahnof e Schlesisches strasse. Ero per lo piú occupato a trovare dei soldi con cui passare la giornata e suonavo la chitarra con un ragazzo polacco nel sotto-passaggio di Alexander Platz, ricevendo dalla gente molti sorrisi e pochi centesimi di marco, con cui poi andavamo a prendere un gelato da macdonalds, o un regalino mangereccio da fare alla ragazza di quel tipo strambo e generoso che nemmeno sembrava polacco ma piuttosto un napoletano dalla parlata slava. Del resto sui polacchi ce ne sarebbero di cose da dire,
ma non ora...
Cantando qualche canzone di Mina in chiave bossa nova, passai in questo modo una settimana e nel frattempo facevo poi i miei bravi giri nella zona giovane e turistica della citta´ a Mitte, in Oranienburger
Straße, allora vagamente hippie o un po' rive gauche e oggi invece
uguale a una qualsiasi trappola per turisti come ce ne sono a Roma (piazza Navona), Parigi (Marais-Quartiere Latino) o Londra (Soho).
A distanza di anni, tornandovi non riconoscevo piu´ nulla della cittá perchè sembrava che uno strato le fosse cresciuto addosso come una patina, come una maschera, e anche se le ferite nella terra e nello spirito venivano abbellite da tanti soldi e dalla voglia di sentirsi come una qualsiasi metropoli europea, operazione di certo riuscita
per gli aspetti più deteriori, quel vulnus, quello sfregio permanente nella faccia c'era ancora e anzi appariva più scavato, profondo e impresso anche sulle nuove generazioni di case e uomini.
Contro questo genere di segno meno, di mood negativo cose come innovazioni, mode-giovani a pronto consumo, sesso facile, soldi, finanziarie, comunicazione ipercinetica, panem et circenses, droghe e tutto il resto non servono a niente, anzi.
Piu'si cerca di sfuggire e piu' una tristezza pesante, senza fiato,
ti ritorna indietro triplicata e ti si abbatte addosso.
Anche Roma del resto é piena di memorie e di rovine, di scheletri di tempi andati, ma lí é stato il tempo, non l'uomo, ad erodere, a consumare, qui a Berlino invece ogni spazio vuoto rovina o memoria é collegata a una barbarie sistematica, a una violenza inspiegabile al di lá dell'uomo, o almeno di come ci immaginiamo che l'uomo sia...
Ecco il motivo di tanto individualismo, credo. Ci si annulla nelle cose
da fare, nel sapere, nel politicamente corretto, nei rapporti di forza
asettici, nell'operositá senza domande, alienata, paurosa.
L´amarezza di questa gente indaffarata non si cancellera mai;
resterà per sempre assieme alla consapevolezza di una storia orribile e violenta mai del tutto esorcizzata o affrontata, in alto come in basso.
Tornato a Berlino nel 2006 tutto era irrimediabilmente diverso.
Un cambiamento cosi' repentino però credo sia inimmaginabile
in qualsiasi altra cittá europea. Chi aveva costruito quei palazzi?
Di chi erano i soldi? Presto detto: le banche americane e giapponesie certo tedesche, che hanno fiutato l'affare di una speculazione gigantesca. Bisognerá vedere sempre se riusciranno a salvare la pelle e gli investimenti I Berlinesi non sono arrendevoli, e la città è rosso-verde con storiche componenti anarchiche e autonome. Se un numero sempre piú crescente di giovani appare lobotomizzato, instupidito da mode e consumi, una vasto settore di giovani e meno giovani é invece ampiamente resistente al capitale e ale politiche liberiste in atto da in città da 10 anni a questa parte.
Questa e' la cittá di Rosa Luxembourg,
di Carl Liebknecht, dei padri della socialdemocrazia, delle esperienze politiche operaie piu' significative del '900.
Qui le tradizioni politiche non si disperdono e si annacquano come
da noi, diluite in favoritismi, nepotismi, pruriti mastelliani (che schifo!), rigurgiti di oscurantismo cattocomunista. Ma anche qui il liberismo repressivo fa le sue vittime, il livellamento consumista, la noia borghese e il capitalismo socializzante sono ormai i nuovi padroni di una tra le cittá un tempo piú vive e varie nel panorama mondiale. Berlino è povera e deve macinare utili, certo: Berlino è in profonda regressione economica, lo stato sociale é troppo pesante,
ok, intanto tutti costruiscono qui, tutti comprano. Impossibile
non accorgersi dello sciacallaggio che sti sta consumando.
Non sorprende infatti che in questi giorni Berlino sia militarizzata in vista del G8. Sono prove generali di repressione sistematica.
Staremo a vedere del resto...
Ma torniamo al nostro deserto d'uomini. Dal mio ultimo viaggio
il deserto era stato riempito come notte-tempo, a sprone battuto, notte e giorno lavorando, ricompattando lastricando innalzando lucidando, e, nell´anno dei mondiali, la bella e lustra vetrina televisiva, agganciata da orde di vacanzieri e sportivi doveva aver completato il suo travestimento di citta normale. Se non fosse che nelle mille culture giovanili che la animano, nell'arte grafica di strada, nella voglia di divertimento generale, asplodono una rabbia e un'incertezza insopprimibili, viene fuori con gioia una contestazione dell'ovvio, del borghese, della comodità che un po´fanno sperare per il futuro.
Le avanguardie artistiche degli anni 70 e 80, specie quelle musicali incarnate da artisti come Einsturzende Neubaten e Daf , le waves punk ripetute e costanti, le no waves, gli americani che arrivarono con l´idea di una NewYork sulle sponde dello Spree, gli artisti attirati dall´ambiente libertario e dagli affitti irrisori, gli squatters che avevano a disposizione l´intero quartiere di Friedrichshain da occupare e colorare, i galleristi, i catturatori di tendenze di ogni risma, si sono arricchitti imborghesiti, com' é ovvio, proprio con
l´inno della libertá e delle belle rabbiose speranze, ma hanno anche lasciato la cittä alle ferite di sempre, solo aggravate dal consumismo e dallo sviluppo economico a senso unico. La dittatura Sovietica ormai in cancrena, lo stato poliziesco della Stasi, il Muro stesso - emblema del Male e della Divisione - crollando come giganti di sale, hanno trascinato con sé quella speciale vitalità che viene agli uomini nei momenti peggiori della loro storia.
E noi italiani ne sappiamo qualcosa.
L'Arte d'arrangiarsi non é un brevetto napoletano, ma appartiene
allo spirito umano migliore, che sa riscattarsi, ribellarsi, reinventarsi.
Le difficoltá sono ricchezze immense.
Carmelo Bene diceva: "Bisogna crearsi degli ostacoli, per arrivare alla virtú". Gli ostacoli generano inventiva, movimento, amore, scambio. Sará sempre cosí. Paradossalmente, anche se per Berlino si affacciavano problemi diversi, diremmo da gestione domestica (integrazione est-ovest, disoccupazione e assistenzialismo, apertura delle frontiere interne ed esterne con l'Ue sullo sfondo,
rapporti di forza coi settori produttivi delle altre citta' maggiori,
ristrutturazione della burocrazia peraltro mai del tutto snellita e resa davvero efficiente), dopo tutto questo, allo sciogliersi delle nevi perenni del comunismo e del terrore pseudo-giacobino, rimase solo quella ferita, quella cicatrice sanguinolenta, putrida, che non rimarginera' in tempi brevi e che costituisce, mi scusino i cultori del cool, la vera anima di Berlino. Cosí al momento, creati i profitti per una nuova rising class di speculatori la cara madre Berlino ha lasciato la classe media e la grande schiera di disoccupati nell´ansia d´arrivare ad un altrove che é pia illusione.
Città dell'Ideale infranto, città dell'Amore disilluso, metropoli di individui silenziosi, di solitudini macerie e rovine sotto la veste nuova. L'atmosfera é ancora quella di un quadro di Max Ernst.
E sono passati cent'anni. Cittá simbolo del '900, farà da ponte ideale
verso il nuovo millenio, affrontando le sfide della sua centralità in
Europa assieme a Parigi.
Berlino è simbolo del meglio e del peggio, la sua spinta al futuro e al cambiamento puo' insegnare molto a noi italiani.
Anche per questo ora sono qui.
Francesco Ciardo
Berlino 19 maggio 2007
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venerdì 20 aprile 2007
Cio´ che il mio sangue e´ stato
non risparmio niente al mio passato di fedifrago solo e abbandonato, resto deluso, chiuso, ammansito, disperso come tutti quelli che non trovati si lasciano raccontare. le strade aperte e la lunga linea di asfalto lucida di notte, che porta al finisterre, luogo rimaneggiato solitario in ascolto. luna che mi segue con occhio tiepido, rilassati amica, perso il giro, ancora stonata, insieme al sole calura di stelle a fuoco, il passo di poeta che scalda e non matura, marina, il sospiro degli eremiti nelle pietre scavate, la luce ad olio, le amicizie sbagliate, ma quelle giuste sono giuste per cosa?, a scanso di occasioni, io qui a rifare il verso al bene, il caro bene supremo, la salentinita´ nei bash di reggae limpido basso ostinato, mantello di scuse, giuramenti di notte sugli scogli aperti al vento salato, i cavalloni impietriti in forme assalitrici, la storia di una conchiglia in quel che il mio sangue e´ stato. l´albania e il sole rosso, l´aquila sulle modeste gobbe terrestri, non e´ un canyon amore mio e tu non fare il pistolero. Salento: non ne sapevo niente finche´qualcuno non mi ha detto:"Quarda che tu sei Salentino!". E chi me lo diceva poi che nelle danze in piazza, in quel bere vino, in quell´annientarsi proprio di chi e stato per troppo tempo timido e schiavo, c´era proprio la rima con quella parola li´? io scrivo per sbaglio, quando non posso farne a meno, mi nascondo ed anche questo e´ salentino, come nascondere il se´ dietro una sola
insipida parola cosi´ che vende bene chi vende fumo.
insipida parola cosi´ che vende bene chi vende fumo.
giovedì 19 aprile 2007
Berliner Wörterbuch-Dizionario Minimo Berlinese
A.wie Alex, abbr. di Alexander Platz, la piazza piu´ famosa e piu´ rimaneggiata di Berlino, luogo simbolo della politica comunista della DDR (vi sorge ancora l´ex parlamento Palast der Republik e il municipio Rotes Rathaus) e oggi, assieme alla vicina e avveniristica Potsdamer Platz, rappresentazione del nuovo corso iper-capitalista della citta´. E´uno degli snodi piu´ importanti di Berlino, cuore della vecchia Mitte, ex quartiere sovietico ora divenuto centro storico della citta´ unificata. Da noi famosa per la canzone di Battiato, prende il nome dalla visita dell´imperatore russo Alessandro I nel 1805. Al centro della piazza non puo´ sfuggirvi la Fernsehe Turm, la torre della televisione, una delle costruzioni piu´ alte in Europa.
Berliner Wörterbuch-Dizionario Minimo Berlinese
inizia da oggi su questo blog la pubblicazione a puntate del dizionario minimo Berlinese scritto da Francesco Ciardo di Miro Magazine. www.mirosalento.it
a inizio del mese prossimo sulla rivista online di cultura salentina uscira´ la nuova monografia dedicata a "Le strade di Berlino", alla quale il sottoscritto ha collaborato con qualche pezzo ritmico ripescato dagli archivi.
cominciamo con la A di Alcool:
Alcool. Il problema dell´alcool, e´ sempre stato importante in una nazione dove la birra e´ bevanda nazionale e viene bevuta anche di prima mattina, specie dai lavoratori. La citta´, che e´sopratutto luogo di divertentismo generalizzato registra un´impennata dei consumi di alcool tra i giovanissimi. Un caso di cronaca per tutti e´ quello che vede come protagonista Lukas W. di 16 anni, ricoverato in coma e poi morto a distanza di un mese dopo avere ingerito per "una bravata", come titolano i giornali, 52 bicchierini di tequila. Secondo i dati diffusi dal comune nel 2005 sono stati 274 i ragazzi di età compresa tra 10 e 20 anni ricoverati in ospedale per eccesso di alcolici. Rispetto all'anno precedente si tratta di un aumento del 73% per i maschi e del 16% per le ragazze (fonte: Repubblica).
a inizio del mese prossimo sulla rivista online di cultura salentina uscira´ la nuova monografia dedicata a "Le strade di Berlino", alla quale il sottoscritto ha collaborato con qualche pezzo ritmico ripescato dagli archivi.
cominciamo con la A di Alcool:
Alcool. Il problema dell´alcool, e´ sempre stato importante in una nazione dove la birra e´ bevanda nazionale e viene bevuta anche di prima mattina, specie dai lavoratori. La citta´, che e´sopratutto luogo di divertentismo generalizzato registra un´impennata dei consumi di alcool tra i giovanissimi. Un caso di cronaca per tutti e´ quello che vede come protagonista Lukas W. di 16 anni, ricoverato in coma e poi morto a distanza di un mese dopo avere ingerito per "una bravata", come titolano i giornali, 52 bicchierini di tequila. Secondo i dati diffusi dal comune nel 2005 sono stati 274 i ragazzi di età compresa tra 10 e 20 anni ricoverati in ospedale per eccesso di alcolici. Rispetto all'anno precedente si tratta di un aumento del 73% per i maschi e del 16% per le ragazze (fonte: Repubblica).
mercoledì 11 aprile 2007
Levi. La verita´ non ci fara´ mai schiavi.
Ieri a Torino si sono tenute celebrazioni ufficiali nel ventennale
della morte del grande scrittore torinese, deportato ad Auschwitz dal ´41
fino a liberazione avvenuta nella primavera del ´45. Una folla enorme, ha occupato il teatro Massimo. Moni Ovadia ha bissato la lettura de "I sommersi e i salvati" per chi non era riuscito a vederla. Tutta la citta´ si e´ raccolta attorno al ricordo di quest´uomo dolce, introverso, il chimico-scrittore tanto amato da chi segue i libri e non teme ma ricerca la verita´.
Levi rappresenta la piu´ vivida e ferma memoria dei fatti del nazismo,
ma fu sopratutto una vera e propria rivoluzione intellettuale e linguistica nell´
Italia insipiente e pietista degli anni cinquanta, l´Italia Dc dei censori e dell´ipocrisia generale, che non voleva riconoscere le proprie poverta´ e bassezze, il suo retaggio contadino fuori dai naturalismi, quell´italia stracciona (intellettualmente) che non voleva riconoscere il dolore, quell´italia che e´ ancora com´era, e forse solo peggiorata.
Levi e´ rivoluzione intellettuale ovunque lo si esporti, come dice F. Camon: una spina nel fianco per chiunque non voglia far conoscere la verita´, o la voglia manipolare o non la accetti nel profondo dell´anima sua.
Quel giovane chimico, scampato chissa´ come alla morte fisica nel Lager, sopravvissuto a tutta una serie di tremende prove, a un lungo ritorno a casa attraversando l`europa intera, viaggiando di continuo verso l´ignoto, sperimento´ su di se´ la mancanza di appigli ideali, di strumenti culturali fissi che invece si ricavava di volta in volta con l´analisi dei fatti puri, cosi´ come li vedeva attraverso una lente, nel silenzio di un laboratorio, il suo lavoratorio di chimico-scrittore appunto.
I tedeschi, specie quelli dell´Est, non potevano certo stamparlo. I racconti del Lager ricordavano quelli sui Gulag. I kapo´ e i nazisti ricordavano gli ufficiali della Stasi. Gli italiani poi, che gente, all´inizio lo rifiutarono, perche´ dicevano "la memoria della guerra era troppo viva". Sai com´e´ a un italiano non togliere mai il quieto vivere... Lo stesso Einaudi rifiuto´ il manoscritto di "Se questo e´ un uomo", salvo poi stampare anni dopo, sotto la supervisione di Calvino, grande editor prima che grande scrittore, tutta l´opera di Levi: Il sistema Periodico. I sommersi e i salvati, La tregua (diventato poi film di Rosi), La chiave a stella, i racconti brevi e lunghi dal futuro immaginario e inquietante, i frammenti di ricordo del campo negli altri volumi di storie diverse.
Gli Israeliani? Certo non potevano soffrire uno scrittore ebreo cosi´ fondamentale e autorevole, un giusto, che li criticava apertamente e diceva proprio "quella" verita´ che e´ sotto gli occhi di tutti, la verita cosi´ tremenda che nessuno vuole dire. Gli ebrei sono come dei nuovi nazisti, e gli arabi erano/sono per Levi dei nuovi ebrei. E cosi´ infatti e´.
La Storia non era servita a molto, si ripeteva con personaggi diversi sullo stesso canovaccio. Disumanita´, rabbia, disperazione, lotta, merda. La Storia che lui aveva scritto non era stata appresa, la rabbia che aveva assaporato gli ritornava indietro. La sua fine ce ne dice qualcosa. Buttatosi giu´ dalla tromba delle scale, come in un vortice di disperazione, in una nuova caduta verso un nero basso d´odio. Una caduta definitiva, senza ritorno, ma piu´ dolce che non la vita...
E che dire della splendida lingua che Levi ci ha regalato?
Non vogliamo qui fare discorsi da intenditori: non siamo ne´ scrittori, ne critici. Almeno non nel senso corrente. Tutte le analisi del caso le lasciamo a chi le sa fare. Per ora ci basta dirvi che noi abbiamo amato molto quest´uomo e la sua scrittura cosi´ preziosa, limpida, umana, accorata, ricercata, amabile infine, la voce forse piu´ dolce della letteratura italiana contemporanea.
Quanto ci ha fatto piangere e sorridere di gusto coi suoi libri, come ci ha fatto compagnia e ci e´ stato maestro e quanto ci accompagnera´ per tutta la vita, non lo potremmo qui dire con parole. Leggetelo studiatelo portatelo sempre con voi, nella memoria, nell´intima pace che grazie a lui abita un po´ nei nostri cuori.
Yuri Lebjadkin
della morte del grande scrittore torinese, deportato ad Auschwitz dal ´41
fino a liberazione avvenuta nella primavera del ´45. Una folla enorme, ha occupato il teatro Massimo. Moni Ovadia ha bissato la lettura de "I sommersi e i salvati" per chi non era riuscito a vederla. Tutta la citta´ si e´ raccolta attorno al ricordo di quest´uomo dolce, introverso, il chimico-scrittore tanto amato da chi segue i libri e non teme ma ricerca la verita´.
Levi rappresenta la piu´ vivida e ferma memoria dei fatti del nazismo,
ma fu sopratutto una vera e propria rivoluzione intellettuale e linguistica nell´
Italia insipiente e pietista degli anni cinquanta, l´Italia Dc dei censori e dell´ipocrisia generale, che non voleva riconoscere le proprie poverta´ e bassezze, il suo retaggio contadino fuori dai naturalismi, quell´italia stracciona (intellettualmente) che non voleva riconoscere il dolore, quell´italia che e´ ancora com´era, e forse solo peggiorata.
Levi e´ rivoluzione intellettuale ovunque lo si esporti, come dice F. Camon: una spina nel fianco per chiunque non voglia far conoscere la verita´, o la voglia manipolare o non la accetti nel profondo dell´anima sua.
Quel giovane chimico, scampato chissa´ come alla morte fisica nel Lager, sopravvissuto a tutta una serie di tremende prove, a un lungo ritorno a casa attraversando l`europa intera, viaggiando di continuo verso l´ignoto, sperimento´ su di se´ la mancanza di appigli ideali, di strumenti culturali fissi che invece si ricavava di volta in volta con l´analisi dei fatti puri, cosi´ come li vedeva attraverso una lente, nel silenzio di un laboratorio, il suo lavoratorio di chimico-scrittore appunto.
I tedeschi, specie quelli dell´Est, non potevano certo stamparlo. I racconti del Lager ricordavano quelli sui Gulag. I kapo´ e i nazisti ricordavano gli ufficiali della Stasi. Gli italiani poi, che gente, all´inizio lo rifiutarono, perche´ dicevano "la memoria della guerra era troppo viva". Sai com´e´ a un italiano non togliere mai il quieto vivere... Lo stesso Einaudi rifiuto´ il manoscritto di "Se questo e´ un uomo", salvo poi stampare anni dopo, sotto la supervisione di Calvino, grande editor prima che grande scrittore, tutta l´opera di Levi: Il sistema Periodico. I sommersi e i salvati, La tregua (diventato poi film di Rosi), La chiave a stella, i racconti brevi e lunghi dal futuro immaginario e inquietante, i frammenti di ricordo del campo negli altri volumi di storie diverse.
Gli Israeliani? Certo non potevano soffrire uno scrittore ebreo cosi´ fondamentale e autorevole, un giusto, che li criticava apertamente e diceva proprio "quella" verita´ che e´ sotto gli occhi di tutti, la verita cosi´ tremenda che nessuno vuole dire. Gli ebrei sono come dei nuovi nazisti, e gli arabi erano/sono per Levi dei nuovi ebrei. E cosi´ infatti e´.
La Storia non era servita a molto, si ripeteva con personaggi diversi sullo stesso canovaccio. Disumanita´, rabbia, disperazione, lotta, merda. La Storia che lui aveva scritto non era stata appresa, la rabbia che aveva assaporato gli ritornava indietro. La sua fine ce ne dice qualcosa. Buttatosi giu´ dalla tromba delle scale, come in un vortice di disperazione, in una nuova caduta verso un nero basso d´odio. Una caduta definitiva, senza ritorno, ma piu´ dolce che non la vita...
E che dire della splendida lingua che Levi ci ha regalato?
Non vogliamo qui fare discorsi da intenditori: non siamo ne´ scrittori, ne critici. Almeno non nel senso corrente. Tutte le analisi del caso le lasciamo a chi le sa fare. Per ora ci basta dirvi che noi abbiamo amato molto quest´uomo e la sua scrittura cosi´ preziosa, limpida, umana, accorata, ricercata, amabile infine, la voce forse piu´ dolce della letteratura italiana contemporanea.
Quanto ci ha fatto piangere e sorridere di gusto coi suoi libri, come ci ha fatto compagnia e ci e´ stato maestro e quanto ci accompagnera´ per tutta la vita, non lo potremmo qui dire con parole. Leggetelo studiatelo portatelo sempre con voi, nella memoria, nell´intima pace che grazie a lui abita un po´ nei nostri cuori.
Yuri Lebjadkin
martedì 10 aprile 2007
Povero e inutile
Povero e inutile
il cielo non ti ascolta.
Ci sono altri misteri
oltre le cose divine.
Tu pure taci
affamato come
sei da sempre
di simboli
incarnati.
Tu e Dio
vi accorgete d´essere
gemelli separati
alla nascita:
inutili da soli,
e messi al posto
sbagliato.
Tu, qui
materia di sogno,
deriso e calpestato
e Lui, il maiuscolo,
lassu´, in un regno
cosi´ pallido
da apparire
disabitato.
il cielo non ti ascolta.
Ci sono altri misteri
oltre le cose divine.
Tu pure taci
affamato come
sei da sempre
di simboli
incarnati.
Tu e Dio
vi accorgete d´essere
gemelli separati
alla nascita:
inutili da soli,
e messi al posto
sbagliato.
Tu, qui
materia di sogno,
deriso e calpestato
e Lui, il maiuscolo,
lassu´, in un regno
cosi´ pallido
da apparire
disabitato.
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